Negli ultimi giorni l’attenzione dei media si è concentrata sull’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il giovane ucciso a Colleferro da quattro aggressori. Una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica e che ha immediatamente attivato un forte riflettore mediatico e istituzionale: indagini rapide, responsabilità individuate, funerali accompagnati da una presenza ufficiale significativa, con simboli e gesti pensati per sottolineare la dimensione razziale del delitto.
Solo una settimana prima, però, un altro giovane, Filippo Limini, era stato ucciso all’uscita di un locale da due aggressori di origine straniera. In questo caso, la copertura mediatica è stata minima: poche notizie, nessuna mobilitazione politica, nessun apparato simbolico. Due tragedie, due vittime innocenti, ma un trattamento pubblico profondamente diverso.
Il filo conduttore delle due vicende è la violenza gratuita. A cambiare, invece, è la narrazione. Quando la vittima è straniera e gli aggressori italiani, il sistema politico-mediatico si muove con rapidità e compattezza. Quando la vittima è italiana e gli aggressori stranieri, la reazione appare più debole, quasi trattenuta. Una selettività che solleva interrogativi sulla gestione politica del dolore e sulla costruzione di simboli utili a sostenere una certa idea di convivenza sociale.
Nel caso di Willy, la presenza istituzionale ai funerali — magliette bianche, picchetti, dichiarazioni — ha trasformato il lutto in un evento pubblico, con un messaggio chiaro: la vittima è il simbolo di una discriminazione da condannare. Nel caso di Filippo, invece, la tragedia è rimasta confinata nelle cronache locali, senza alcuna amplificazione nazionale.
Questa asimmetria alimenta la percezione di una politica che seleziona le vittime da rappresentare, costruendo narrazioni funzionali a un modello di società che privilegia alcuni casi e ne oscura altri. Una politica che, nel tentativo di promuovere una certa idea di inclusione, finisce per ignorare parti della propria comunità.
La domanda, allora, è inevitabile: le vittime non dovrebbero essere tutte uguali? La risposta, osservando la gestione mediatica degli ultimi episodi, sembra essere no.
In questo contesto, il dolore delle famiglie rischia di diventare materiale politico. E la giustizia, anziché essere un principio universale, appare talvolta come un riflesso condizionato da convenienze narrative.
Riposa in pace, Filippo. E scusaci, Willy. Siamo italiani.
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