A volte sembra di vivere in un universo parallelo, uno di quelli dove il codice sorgente della realtà è stato manomesso da mani esperte. Un mondo dove chi dovrebbe difendere la verità indossa una benda, e chi dovrebbe essere giudicato passeggia indisturbato tra stanze di potere che lo hanno cresciuto, protetto, nutrito.
Valter Lavitola non è un glitch del sistema: è una sua estensione naturale. Non è nato ai margini, non è un outsider romantico. È figlio legittimo di un potere che da decenni si autoalimenta, si autoprotegge, si autoassolve. Per questo su di lui cala un silenzio perfetto, calibrato, quasi programmato. Nessuno parla. Nessuno commenta. Nessuno rompe la quiete del server.
Invece, quando si tratta di Sigfrido Ranucci, il sistema reagisce come un antivirus impazzito: attacca la vittima, non il virus. Pretende che il giornalista non indagato si faccia da parte, mentre difende con ostinazione chi è già stato rinviato a giudizio. Il loro “garantismo” è un algoritmo selettivo: funziona solo per chi occupa una poltrona.
E poi c’è l’attentato. Un evento che non è un semplice fatto, ma un sintomo. Un crash del sistema che rivela la presenza di un mandante, di una volontà, di una regia. Il ruolo di Lavitola non è un dettaglio: è una variabile che nessuno vuole inserire nell’equazione. Perché quando il potere decide di proteggere se stesso, può comprare silenzi, manipolare fedeltà, piegare perfino chi dovrebbe essere un “amico fraterno”.
È così che la verità viene legata. Come una dea bendata, immobilizzata, impossibilitata a reagire. Non perché sia debole, ma perché qualcuno ha deciso che non deve muoversi.
Questa è la società che ci stanno consegnando: una dove il giornalismo d’inchiesta è trattato come un bug da eliminare. Una dove chi indaga viene colpito, e chi dovrebbe rispondere resta intoccabile. Una dove la giustizia non è cieca: è stata resa cieca.
Continuate pure a difendere questo sistema. Quando avrà spento l’ultimo barlume di verità, e non ci sarà più nessuno a raccontarvi altarini, ruberie e misfatti, ne riparliamo. Contenti voi.
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