Da mesi assistiamo a una spirale di violenza che ha trasformato Gaza e ampie zone della Cisgiordania in territori dove la distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile è stata progressivamente erosa. Le immagini di quartieri rasi al suolo, famiglie sterminate, bambini estratti dalle macerie e intere comunità costrette alla fuga non sono incidenti collaterali: sono il risultato di una dottrina militare precisa, elaborata negli anni e oggi applicata con una radicalità senza precedenti.
Questa dottrina ha un nome: Dottrina Dahiya.
Che cos’è la Dottrina Dahiya ?
La Dottrina Dahiya nasce dopo la guerra del Libano del 2006. Secondo le dichiarazioni del generale israeliano Gadi Eisenkot, l’obiettivo è:
“infliggere un danno sproporzionato e devastante alle infrastrutture civili delle aree da cui provengono attacchi, per creare deterrenza attraverso la distruzione massiccia.”
In altre parole: colpire quartieri civili, infrastrutture essenziali, reti elettriche, ospedali, strade, case, non solo per neutralizzare combattenti, ma per punire e paralizzare l’intera comunità da cui quei combattenti provengono.
È una strategia che ribalta il principio cardine del diritto internazionale: la protezione dei civili.
A Gaza, la Dottrina Dahiya è stata applicata su scala industriale.
Esempi documentati da ONU, ONG e media internazionali:
- interi quartieri cancellati (Shujaiya, Rimal, Khan Yunis, Rafah);
- bombardamenti multipli su scuole, ospedali, convogli umanitari;
- uso di munizionamento ad alto potenziale in aree densamente popolate;
- attacchi ripetuti su strutture già segnalate come “protette”;
- oltre 30.000 morti, di cui una percentuale altissima civili (dati ONU da verificare sempre con fonti aggiornate).
La logica è chiara: non colpire solo chi combatte, ma l’ambiente sociale che lo circonda.
Mentre Gaza brucia, la Cisgiordania vive una violenza quotidiana:
- incursioni armate nei campi profughi (Jenin, Tulkarem, Nur Shams);
- demolizioni di case come misura punitiva;
- espansione delle colonie accompagnata da attacchi di coloni armati;
- arresti di massa, spesso senza processo;
- uccisioni durante operazioni notturne.
Qui non c’è una guerra dichiarata, eppure la logica è la stessa: punire la comunità per isolare il “nemico”.
È importante essere rigorosi: non si tratta di dire che Israele “è nazista” o “fascista”. Queste equivalenze sono scorrette e facilmente strumentalizzabili.
Ma è altrettanto importante riconoscere che la Dottrina Dahiya riprende meccanismi già visti nei regimi del Novecento, ovvero:
- la punizione collettiva come strumento di controllo;
- la distruzione sistematica delle infrastrutture civili per spezzare la resistenza;
- la disumanizzazione del nemico per giustificare l’uso illimitato della forza;
- l’idea che la sicurezza giustifichi qualsiasi mezzo.
Questi elementi non appartengono a un’epoca o a un regime specifico: sono tecniche di dominio che ritornano quando la politica abdica alla diplomazia e si affida alla forza bruta.
Il governo Netanyahu ha adottato la Dottrina Dahiya come architrave della sua strategia militare e politica.
Secondo analisti israeliani e internazionali:
- Netanyahu ha costruito consenso interno attraverso la narrativa della “guerra totale”;
- ha marginalizzato ogni tentativo di soluzione diplomatica;
- ha autorizzato operazioni che hanno ampliato la soglia di ciò che viene considerato “accettabile” in guerra;
- ha promosso una visione della sicurezza che coincide con la distruzione preventiva.
Il risultato è una spirale che non produce sicurezza, ma instabilità permanente.
La Dottrina Dahiya non è solo una strategia militare: è una visione del mondo in cui la forza sostituisce la politica, la distruzione sostituisce la diplomazia, e la punizione collettiva sostituisce la giustizia.
Gaza e la Cisgiordania mostrano cosa accade quando questa visione viene applicata senza limiti.
Riconoscerlo non significa schierarsi contro un popolo, ma contro una dottrina che produce morte, devastazione e un futuro impossibile.
La sicurezza non nasce dalla distruzione. Nasce dal diritto, dalla dignità, dalla politica. E da una verità semplice: nessuna dottrina può giustificare l’annientamento di una popolazione civile.
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