Ci sono eventi che non si possono spiegare con la logica. Ci sono morti che non trovano un perché. E ci sono reazioni collettive che sembrano incoerenti, contraddittorie, persino ingiuste.
A Bologna, nel giro di pochi anni, due vicende hanno scosso l’opinione pubblica in modo opposto, quasi speculare.
Il caso Ambrosio: la vittima perfetta della nostra paura più antica
«Mi chiamo Alessandro Ambrosio, facevo il capotreno, ero felice con una donna e una famiglia che mi adoravano quando a 34 anni la mia vita venne fermata da uno straniero senza fissa dimora che mi uccise a coltellate senza motivo. Nessuno mosse un dito per me.»
La morte di Ambrosio è l’incarnazione di ciò che la società teme di più: la violenza casuale, imprevedibile, incontrollabile.
Un uomo che lavora, un padre, un cittadino. Una vita ordinaria spezzata da un gesto irrazionale. Un aggressore marginale, senza fissa dimora, percepito come “altro”, come elemento di caos.
La comunità si identifica immediatamente con la vittima: “Poteva capitare a me, a mio figlio, a mio padre.”
La reazione è indignazione, rabbia, richiesta di sicurezza. La narrazione è chiara: un innocente ucciso, uno Stato assente.
Il caso Abderrahim: la morte che divide, che interroga, che politicizza
«Mi chiamo Fakir Abderrahim, avevo 43 anni e in seguito al mio comportamento hanno chiamato le forze dell’ordine per fermarmi perché davo in escandescenze e litigavo con una persona… durante la colluttazione sono morto e devono cercare di capire cosa mi è realmente accaduto.»
Qui la dinamica è diversa. La morte avviene durante un intervento dello Stato. Non c’è un “aggressore esterno”, ma un contesto di tensione, agitazione, colluttazione.
La sinistra cittadina insorge. La destra parla di difesa dell’operato delle forze dell’ordine. La città si divide.
Perché?
Perché questa morte attiva un’altra paura collettiva: quella dell’abuso di potere, della sproporzione, dell’errore istituzionale.
La vittima non è “l’innocente perfetto”, ma un uomo in difficoltà, agitato, forse fragile. E proprio per questo, per alcuni, ancora più bisognoso di tutela.
Due morti, due paure: la vera spiegazione è nella psicologia sociale
La domanda è: perché reagiamo così diversamente?
La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo:
Ogni morte violenta diventa uno specchio delle paure della comunità.
- Ambrosio rappresenta la paura dell’insicurezza urbana.
- Abderrahim rappresenta la paura dell’autorità che sbaglia.
Non è incoerenza. È umanità.
Le persone difendono ciò che sentono più vicino ai propri valori, alla propria identità, alla propria vulnerabilità.
Il problema non sono le reazioni: è la strumentalizzazione
Quando la politica entra nella morte, la morte smette di essere un fatto e diventa un simbolo.
- Ambrosio diventa il simbolo dell’insicurezza.
- Abderrahim diventa il simbolo dell’antagonismo verso lo Stato.
Ma entrambi erano persone. Entrambi avevano una storia. Entrambi meritano verità, giustizia, rispetto.
La conclusione non è “chi ha ragione”. La conclusione è che la sofferenza non è mai simmetrica, e che ogni comunità reagisce dove sente il dolore più forte.
Conclusione
Non possiamo spiegare la violenza con la logica. Possiamo solo analizzare le reazioni, capire le dinamiche, riconoscere le ferite.
E ricordare che:
Nessuna morte merita di essere ignorata. Nessuna morte merita di essere strumentalizzata. Nessuna morte merita di essere letta solo attraverso la lente politica.
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