Negli ultimi anni assistiamo a una trasformazione inquietante del discorso pubblico e delle scelte politiche. Invece di rafforzare gli strumenti per contrastare terrorismo, criminalità organizzata e corruzione, sembra che alcune decisioni istituzionali finiscano per agevolare proprio ciò che dovrebbero combattere. È una sensazione diffusa, un malessere che attraversa la società civile e che merita di essere analizzato con lucidità.
La normalizzazione di comportamenti un tempo considerati eticamente inaccettabili è uno dei segnali più preoccupanti. Si parla di corruzione tollerata, collusioni opache, caccia illegale mascherata da semplificazione normativa, abusi d’ufficio depotenziati, mazzette che riemergono come prassi, limitazioni al diritto di cronaca, attacchi al giornalismo investigativo, intercettazioni ridotte, immunità ampliate. Non sono solo episodi isolati: sono tasselli di un mosaico che rischia di ridefinire il concetto stesso di legalità.
Parallelamente, sul piano internazionale, l’indifferenza verso tragedie umanitarie come quella del popolo palestinese, insieme a rapporti ambigui con figure o governi accusati di crimini di guerra, alimenta la percezione di un Paese che ha smarrito la bussola morale.
La politica estera non è mai neutra: riflette ciò che una nazione decide di essere. E quando la scelta sembra quella di voltarsi dall’altra parte, il messaggio è devastante.
La domanda che molti si pongono è semplice e terribile: abbiamo perso la nostra umanità? Oppure stiamo assistendo al preludio di qualcosa di ancora peggiore, un lento scivolamento verso un modello di società dove la legge è flessibile, la morale è negoziabile e i diritti diventano privilegi?
Non è pessimismo: è un campanello d’allarme. La storia insegna che le derive autoritarie non arrivano all’improvviso. Nascono da piccole concessioni, da norme “tecniche”, da eccezioni temporanee che diventano permanenti. Nascono quando la cittadinanza smette di vigilare, quando la stampa viene ostacolata, quando la trasparenza diventa un fastidio.
Ritrovare la nostra umanità significa tornare a pretendere ciò che dovrebbe essere ovvio: legalità, giustizia, diritti, responsabilità. Significa non accettare che ciò che è eticamente vietato diventi politicamente conveniente. Significa ricordare che una democrazia non muore quando viene attaccata dall’esterno, ma quando viene indebolita dall’interno.
La domanda finale, allora, non è solo “che cosa sta succedendo?”, ma “che cosa siamo disposti a tollerare?”. Perché il futuro di un Paese dipende sempre da ciò che i suoi cittadini decidono di non accettare.
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