Negli ultimi mesi, l’operato dell’esercito ICE ha superato una soglia che non può più essere ignorata. Dopo il caso Salgado — un nome che ormai rappresenta una ferita aperta nella coscienza civile — un altro innocente è stato ucciso durante un’operazione che, ancora una volta, viene presentata come “necessaria”, “inevitabile”, “di sicurezza nazionale”.
Ma quante volte abbiamo già sentito queste parole?
Quante volte la retorica della sicurezza è stata usata per coprire ciò che sicurezza non è?
Il problema non è solo l’azione in sé, ma la normalizzazione di un comportamento che, in qualsiasi democrazia sana, sarebbe considerato inaccettabile. Lo vediamo ogni giorno: quando la legalità diventa opzionale, quando la violenza è giustificata come strumento politico, quando l’epurazione di innocenti viene presentata come “effetto collaterale” di un piano strategico più grande — esattamente come accade in altri scenari di terrore istituzionale.
E allora la domanda diventa inevitabile: dove siamo arrivati?
Perché nessuno ferma questi squadristi? Perché chi dovrebbe vigilare tace? Perché chi dovrebbe garantire diritti li calpesta?
La risposta, forse, è la più inquietante: perché fermarli significherebbe ammettere che lo Stato ha perso il controllo della propria etica. Significherebbe riconoscere che la violenza non è più un incidente, ma un metodo. Significherebbe confessare che la linea tra difesa e abuso è stata superata da tempo.
E allora resta solo la voce di chi non accetta questa deriva. Resta la memoria, la coerenza, la giustizia — gli stessi temi che animano questo spazio, e che continuano a ricordarci che un Paese che normalizza l’inaudito è un Paese che ha smesso di proteggere i suoi cittadini.
Non possiamo permettere che l’ennesimo innocente diventi solo un numero. Non possiamo accettare che la paura sostituisca il diritto. Non possiamo restare in silenzio mentre la violenza istituzionale diventa prassi.
Perché la storia ci ha già mostrato cosa accade quando nessuno ferma gli squadristi?
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