Ci sono momenti in cui la politica italiana sembra rivelare più di quanto vorrebbe nascondere. Il caso che coinvolge Donzelli e Del Mastro è uno di questi: una vicenda che intreccia istituzioni, magistratura, rapporti opachi e una sensibilità politica che, quando si parla di mafia, appare sorprendentemente fragile.
E per chi, come noi, vive la rete come spazio di analisi, memoria e denuncia, è impossibile non notare la contraddizione: chi dovrebbe difendere la trasparenza sembra temerla più di ogni altra cosa.
Secondo quanto riportato da diverse testate, Donzelli si sarebbe opposto alla possibilità che la magistratura acquisisse senza filtri le conversazioni tra Del Mastro e un soggetto vicino a un noto esponente della criminalità organizzata senese.
Non è una questione tecnica. Non è una questione procedurale. È una questione politica.
Perché quando un rappresentante delle istituzioni chiede di “filtrare” ciò che riguarda rapporti, comunicazioni o contatti potenzialmente rilevanti per indagini sulla criminalità organizzata, il messaggio che arriva ai cittadini è devastante: la trasparenza è un problema, non un valore.
E allora la domanda nasce spontanea: com’è possibile essere così maledettamente succubi del potere, delle dinamiche interne, dei rapporti di forza?
Il 19 luglio, in via D’Amelio, Donzelli era in prima fila alla fiaccolata per ricordare Paolo Borsellino. Un gesto simbolico, certo. Un gesto che dovrebbe rappresentare un impegno morale.
Eppure, proprio lì, proprio in quel luogo, si è lamentato dei cori dei cittadini. Cori che non erano insulti, non erano slogan di partito, non erano provocazioni: erano la voce di chi pretende che lo Stato sia davvero libero da ogni ambiguità.
“Fuori la mafia dallo Stato.”
Una frase semplice. Una frase che dovrebbe essere scolpita sulle pareti di ogni ministero. Una frase che dovrebbe essere pronunciata da chiunque ricopra un ruolo pubblico.
E invece, per qualcuno, è fastidiosa. Perché ricorda che la lotta alla mafia non è una cerimonia: è un comportamento quotidiano. È un dovere. È una responsabilità.
Il problema non sono i cittadini. Il problema non sono i cori.
Il problema è una politica che, quando si parla di mafia, sembra avere paura della verità. Paura della luce. Paura della trasparenza.
E questa paura è il vero tradimento della memoria di Paolo Borsellino.
Non è più tempo di fiaccolate senza coerenza. Non è più tempo di simboli senza contenuto. Non è più tempo di difese istituzionali che sembrano proteggere più le persone che la verità.
Chi rappresenta lo Stato deve dimostrarlo ogni giorno. Non solo il 19 luglio. Non solo davanti alle telecamere. Non solo quando è comodo.
Perché la mafia non teme le fiaccolate. La mafia teme la trasparenza. E quando la trasparenza diventa fastidiosa, allora sì: abbiamo un problema di Stato.
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