La cosiddetta “piccola Gaza” della Cisgiordania è il risultato di una strategia che da anni punta a trasformare alcune aree palestinesi in zone di isolamento totale, dove il male è nelle sue forme, dove l’orrore si insidia, dove l’esercito israeliano può operare senza vincoli politici né mediatici.
Da un lato c’è la volontà del governo israeliano nell’ala più radicale dei coloni di frammentare ulteriormente la Cisgiordania, rendendo impossibile qualsiasi continuità territoriale per un futuro Stato palestinese.
Dall’altro c’è la pressione interna: dopo il 7 ottobre, il governo Netanyahu ha bisogno di mostrare “forza” anche fuori da Gaza, e la Cisgiordania diventa il laboratorio perfetto perché meno osservata dall’opinione pubblica internazionale.
Il risultato è una spirale di violenza che colpisce soprattutto i civili: incursioni quotidiane, demolizioni, arresti di massa, campi profughi trasformati in zone di guerra, bambini deportati e uccisi, in scene apocalittiche da film splatter.
Eppure, su questo fronte quasi nessun leader occidentale alza la voce. Si parla di Gaza, ma si tace sulla Cisgiordania, come se fosse un teatro secondario.
Il silenzio internazionale — e italiano — su questa “piccola Gaza” è quindi doppiamente grave: perché ignora una crisi umanitaria e perché legittima, di fatto, una strategia che mira a cancellare ogni prospettiva di pace.
Io personalmente da cittadino italiano trovo inaccettabile che il mio Paese — che ha una storia di mediazione mediterranea, di diplomazia umanitaria, di difesa del diritto internazionale — oggi scelga di tacere. Tace davanti a Gaza. Davanti alla Cisgiordania. Davanti a una crisi che sta ridisegnando il Medio Oriente e che richiederebbe coraggio politico, non prudenza calcolata. Il risultato è un’Italia che sembra rinunciare al proprio ruolo, che appare timorosa di disturbare gli equilibri dei più forti, e che finisce per essere complice di una tragedia che continua a consumarsi giorno dopo giorno.
Non si può essere neutrali davanti a tutto questo.
E non si può essere orgogliosi di un governo che fomenta cristianità, nei messaggi, nelle idee e di fronte a violazioni così gravi, sceglie la strada più comoda: quella del silenzio. Tutto questo impaurisce, siamo nelle mani di fomentatori del terrore, della distruzione in mano ad élite con la mente offuscata, ma rinvigoriti di un male incessante che non si arresta;
I bambini palestinesi sono le principali vittime del conflitto.
L’UNICEF definisce Gaza “uno dei luoghi più pericolosi al mondo per un bambino”, mentre le Nazioni Unite stimano migliaia di minori uccisi o feriti dall’inizio delle operazioni militari. Ospedali fuori uso, scuole distrutte, quartieri rasi al suolo: un’intera generazione cresce tra traumi, violenze, sfollamenti e assenza di protezione.
A denunciare questa realtà non sono solo ONG e operatori umanitari. Anche figure di rilievo internazionale, come la dottoressa Albanese, hanno dedicato analisi approfondite alla sistematica violazione dei diritti dei minori palestinesi. Nel suo libro J’Accuse, la dottoressa mette in luce come la sofferenza dei bambini sia diventata un indicatore drammatico del fallimento della comunità internazionale nel far rispettare il diritto umanitario.
Eppure, nonostante rapporti, testimonianze e appelli, anche da parte di altri stimati professionisti, l’Occidente continua a muoversi con lentezza e ambiguità. L’Unione Europea oscilla tra richiami formali al rispetto del diritto internazionale e la volontà di preservare equilibri geopolitici con Israele. Gli Stati Uniti, pur esprimendo “preoccupazione” per l’alto numero di vittime civili, mantengono un sostegno politico e militare che pesa sulle dinamiche del conflitto.
Nel frattempo, organizzazioni come Save the Children e la Croce Rossa parlano di una crisi “senza precedenti nella storia recente”. Una crisi in cui l’infanzia non è un effetto collaterale, ma un simbolo tragico della sproporzione della violenza.
La domanda che resta aperta è semplice e inquietante: come può l’Occidente, che si proclama custode dei diritti umani, accettare che i bambini diventino un bersaglio?
In un contesto geopolitico dominato da alleanze strategiche e calcoli diplomatici, la sofferenza dei più piccoli rischia di diventare un rumore di fondo. Ma come ricorda la dottoressa Albanese in J’Accuse, “la misura della civiltà di un popolo si vede da come protegge i suoi bambini”.
E oggi, quella misura ci dice che stiamo fallendo.
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