Ombre e geometrie del giudizio. La trave come confine morale tra chi accusa e chi è accusato: una linea che divide la coscienza dalla negazione.
Mi sono imbattuto in un video terribile (Fonte La Stampa), ( che allego alla fine dell’articolo) in cui il ministro israeliano Itamar Ben Gvir urla contro un prigioniero di Hamas, accusandolo di essere responsabile dell’uccisione di bambini, non è soltanto un episodio di tensione politica o militare. È un frammento che rivela una dinamica più profonda: il modo in cui il potere costruisce la propria narrazione morale, selezionando ciò che vede e ciò che sceglie di non vedere.
La scena è volutamente teatrale. Il tono è quello del giustiziere, del difensore dell’innocenza, dell’uomo che si erge a custode dei bambini. Ma questa rappresentazione, così netta e così rumorosa, poggia su un meccanismo antico: la capacità di attribuire all’altro la colpa assoluta, mentre si rimuove completamente la propria responsabilità.
In questo senso, torna sorprendentemente attuale un principio formulato nel Vangelo di Matteo, spesso citato come metafora universale dell’ipocrisia morale: “Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non vedi la trave che è nel tuo?” Non è un richiamo religioso, ma un dispositivo culturale che attraversa secoli di filosofia, etica e psicologia sociale: la tendenza umana a giudicare l’altro con severità mentre si assolve sé stessi.
La costruzione della colpa selettiva
Nel linguaggio politico e mediatico, la figura del “colpevole assoluto” è funzionale. Permette di:
- semplificare la complessità del conflitto;
- polarizzare il discorso pubblico;
- legittimare azioni drastiche come difesa necessaria;
- evitare l’esame critico delle proprie scelte.
Quando Ben Gvir accusa il prigioniero di essere un assassino di bambini, la narrazione è chiara: l’altro è il male, l’altro è la minaccia, l’altro è la fonte della barbarie. Ma questa narrazione ignora un dato fondamentale: le operazioni militari sostenute dallo stesso governo hanno causato migliaia di vittime civili palestinesi, tra cui un numero altissimo di bambini. La sofferenza palestinese, nella retorica ufficiale, non entra nel quadro morale. Non è contemplata, non è nominata, non è riconosciuta.
È qui che la metafora della “trave” diventa pertinente: non come accusa, ma come strumento di analisi. La trave è ciò che non si vuole vedere. La trave è ciò che disturberebbe la narrazione. La trave è ciò che, se riconosciuto, incrinerebbe la posizione di superiorità morale.
La funzione politica del giudizio morale
Il giudizio morale, quando è selettivo, diventa uno strumento di potere. Serve a:
- consolidare l’identità del gruppo (“noi siamo i difensori”);
- demonizzare l’avversario (“loro sono i barbari”);
- neutralizzare il dissenso interno (“chi critica non capisce la minaccia”);
- giustificare azioni altrimenti inaccettabili.
In questo senso, il video non è un incidente: è un messaggio. È la rappresentazione di un ordine morale che non ammette specchi, solo nemici.
La responsabilità come fondamento dell’analisi
Un approccio analitico — quello che Socialmente Nerd cerca di promuovere — richiede invece di uscire dalla logica binaria. Non si tratta di equiparare le responsabilità né di negare la violenza di Hamas, che è documentata e gravissima. Si tratta di riconoscere che la violenza non diventa innocente solo perché compiuta da uno Stato.
La domanda che il video solleva non è: “Chi ha ragione?”. La domanda è: chi ha il coraggio di guardare anche la propria trave?
Perché la credibilità morale non nasce dal volume della voce, ma dalla capacità di riconoscere la complessità del proprio ruolo nel conflitto.
Conclusione: la necessità di uno sguardo simmetrico
Il passo evangelico non è un giudizio: è un invito alla simmetria dello sguardo. In un contesto di guerra, questa simmetria è spesso la prima vittima. Ma senza di essa, ogni discorso sulla giustizia diventa propaganda, ogni denuncia diventa selettiva, ogni difesa dell’innocenza diventa un esercizio di retorica.
Il video di Ben Gvir, letto attraverso la lente della “pagliuzza e della trave”, non parla solo del prigioniero. Parla del modo in cui il potere costruisce la propria innocenza. E del prezzo che questa costruzione impone alla verità.
