La distruzione di una parte della stele che ricorda l’eccidio del giudice Antonino Saetta e del figlio Stefano, avvenuto il 25 settembre 1988 sull’autostrada di Canicattì, non è soltanto un atto vandalico. È un gesto che lacera la memoria collettiva, un’offesa deliberata alla storia della giustizia italiana, un colpo inferto alla dignità di chi ha sacrificato la propria vita per lo Stato.
Quella stele — una foglia di metallo che ricorda l’eccidio, un simbolo di vita spezzata — non è un semplice manufatto. È un presidio di memoria. È il luogo dove la Sicilia onesta si riconosce e si specchia. Toccarla, deturparla, spezzarla significa tentare di cancellare ciò che non può essere cancellato: la verità.
Un gesto che rivela un’eredità malata
Di fronte a questo atto, il sentimento dominante è lo sconcerto. Non solo per la brutalità del gesto, ma per ciò che rivela: un modus ignorante e superficiale, un riflesso di quel DNA marcio che per decenni ha alimentato la cultura mafiosa, fatta di intimidazione, disprezzo, negazione della memoria.
Non sappiamo chi siano gli autori. Ma sappiamo cosa rappresentano: un residuo tossico, un frammento di quella montagna di fango che la Sicilia migliore cerca da anni di bonificare. Una scoria culturale che non ha ancora capito che la storia è cambiata, che la società non è più disposta a tollerare silenzi, omertà, violenza simbolica.
Colpire la memoria dei giusti è un atto politico
La stele di Saetta non è un monumento qualunque. Ricorda un magistrato che ha pagato con la vita la sua integrità, la sua indipendenza, la sua ostinata fedeltà alla legge. Ricorda un figlio che viaggiava accanto a lui, vittima innocente di un agguato mafioso.
Colpire quel simbolo significa tentare di colpire ciò che Saetta rappresentava: la giustizia che non si piega, la magistratura che non arretra, la verità che non si compra.
Non è vandalismo. È un messaggio. E proprio per questo va denunciato con forza.
La risposta deve essere collettiva
La Sicilia non può permettersi di lasciare che la memoria venga corrosa da mani vigliacche. Serve una reazione immediata: istituzioni, scuole, associazioni, cittadini. Serve ricostruire la stele, ma soprattutto ricostruire il senso civico che questi gesti cercano di minare.
La memoria dei giusti non è un ornamento: è un argine. E ogni volta che viene colpita, l’argine va rinforzato.
Conclusione
La distruzione della stele di Saetta è una ferita. Ma è anche un’occasione per ricordare che la memoria non è fragile: è tenace. E che la Sicilia che crede nella giustizia è infinitamente più forte di chi tenta di sporcarla.
La foglia spezzata verrà riparata. La memoria no: quella non si spezza.
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